Anntraud Torggler
Architetta in dialogo con l'Uomo e la Natura
Anntraud Torggler è una gigantessa della bioedilizia italiana. Non per statura, ma per traiettoria. Una pioniera di una frontiera che oggi sembra quasi mitologica, come quelle raccontate nei vecchi western: terre di confine, poche regole scritte, molto coraggio e una visione chiara. Se dovessimo sonorizzare i suoi edifici, Ennio Morricone non sarebbe affatto fuori posto.
Ho lavorato con Anntraud per sette anni, a cavallo dei primi anni Duemila. Scriverne oggi significa tenere insieme due piani che tendono a sovrapporsi: il ricordo personale e la necessità di raccontare con lucidità un percorso professionale e culturale raro. Provo quindi a tracciare prima una mappa, per poi addentrarmi nel paesaggio.
La notizia, quella oggettiva, è l’uscita di una monografia dedicata a lei: Anntraud Torggler. Architetta in dialogo con l’Uomo e la Natura, a cura di Elena Rigano e Julian Adda. Il libro verrà presentato dall’autrice in occasione del Naturelovers Day, il 29 febbraio 2026, presso la sede Naturalia-Bau di Merano. La partecipazione è libera. Il volume è già acquistabile online sul sito di Overview Editore.
Il libro nasce da una serie di conversazioni con Anntraud ed è pubblicato in italiano e tedesco. Racconta il suo percorso attraverso una selezione di progetti accompagnati da fotografie, disegni e schizzi. Ogni cantiere è una storia. Anzi, più storie: committenti, artigiani, contesti sociali che si intrecciano fino a formare una trama ricca e, per certi versi, irripetibile. Vale la lettura già solo per il quadro sociologico che restituisce, oltre all’enorme bagaglio tecnico e progettuale.
Io Anntraud l’ho incontrata grazie al passaparola di un’amica che studiava a Graz e aveva fatto qualche mese di tirocinio nel suo studio. Cercava un disegnatore bravo a mano. Il computer non lo voleva. Non per nostalgia analogica, ma perché per lei il CAD era già allora una scorciatoia mentale. All’epoca ero un grafico, con una sensibilità ambientalista e qualche trascorso tra Greenpeace e Legambiente, ma della bioedilizia non sapevo nulla. Quel mondo, allora come oggi, stava sotto traccia. Per me fu come entrare ad Agartha.
Mi prese comunque con sé, nonostante non sapessi il tedesco. Me lo insegnò insieme alla bioarchitettura, con una pazienza e un’attenzione fuori dal tempo. È probabilmente questo il nucleo di tutta la storia: la pazienza intesa come tempo dedicato alle cose, e l’amore per quello che fai, senza compartimenti stagni.
I suoi progetti avevano tempi di gestazione lunghi, mai meno di tre anni. Una sorta di slow building ante litteram. Una bestemmia per l’edilizia contemporanea, che vive di velocità, ottimizzazioni e soluzioni standard. Una sua massima, riportata nel libro, lo dice chiaramente:
“Se riconosci un piatto cucinato con amore, perché non dovresti percepire lo spirito con cui è costruita una casa?”
Oggi lavoriamo con CAD, BIM e IA. Strumenti potenti, capaci di produrre immagini spettacolari e ambienti apparentemente perfetti. Ma poi qualcuno dovrà abitarli. Gli spazi progettati da Anntraud evitano angoli retti ossessivi e simmetrie rigide perché non sono pensati per impressionare, ma per funzionare sul piano umano.
Mi ha trasmesso una visione che si situa a cavallo tra la disciplina millenaria del feng shui — comprensione di come un ambiente influenza psiche e corpo — e l’architettura organica nella sua declinazione steineriana/antroposofica, che cerca un equilibrio vitale tra forma, natura e persona, senza seguire pedissequamente i dogmi di nessuna scuola ma rielaborandoli in modo spuriato e adattato alla realtà del progetto concreto; il fine non è l’osservanza di regole rigide, ma il risultato finale: un luogo che favorisca equilibrio, nutrimento psicologico e relazione sociale.
Qui vale la pena citare Adrian Raine, professore di psichiatria e criminologia: “la biologia predispone, l’ambiente modula”. Se accettiamo la plasticità del cervello, allora l’ambiente costruito diventa una variabile attiva, non uno sfondo neutro. Ambienti stressanti, caotici o privi di stimoli positivi aumentano il carico cognitivo e riducono l’autocontrollo.
Tradotto in modo meno accademico: più qualità dell’ambiente costruito, meno disagio sociale.
Nel frattempo il mondo è cambiato. Viviamo dentro un capitalismo che privilegia la quantità sulla qualità e la velocità sulla cura. Se devi produrre tanto e in fretta, la qualità diventa un incidente statistico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: bruttezza normalizzata, edifici senz’anima, sostenibilità ridotta a etichetta.
E qui si apre un’altra questione: i protocolli di sostenibilità oggi dominanti tendono a misurare quasi esclusivamente il bilancio energetico dell’involucro edilizio e la performance tecnica dell’involucro, ignorando gli aspetti umani e sociali dell’abitare. È come valutare un pasto solo dalle calorie senza chiedersi se nutre davvero. Ma se la casa non favorisce benessere psicofisico, relazioni, quiete e connessione con il contesto sociale, il risultato è una popolazione che sta male a casa sua e cerca rifugio altrove. Persone insoddisfatte tendono a cercare nel viaggio e nel consumo di esperienze fuori porta ciò che non trovano nel proprio ambiente domestico; un pattern che spesso implica viaggi in aereo, una delle fonti di emissioni pro-capite più intense del nostro stile di vita. In termini di impatto complessivo, un volo intercontinentale può annullare anni di risparmio energetico ottenuto da un appartamento iper-isolato se si considera la totalità della vita umana e non solo l’involucro edilizio.
La bioedilizia non è una lista di materiali naturali. Quelli sono solo gli ingredienti di base, ma non bastano a fare un buon pasto. Il messaggio di Anntraud è più profondo e più scomodo: prendersi tempo, assumersi una responsabilità culturale e sociale, progettare con consapevolezza. Farlo con amore, sì, ma anche con rigore. È probabilmente l’unico antidoto serio a un processo che sta rendendo l’ambiente costruito sempre più disumano.
arch. Matteo Bignozzi