Una questione di fiducia
Quando la fiducia tra committente e consulente diventa il vero fondamento di una casa in bioedilizia. Storia vera da un cantiere romano.
Quello che vado a raccontare è un cantiere particolare. Non tanto per la sua storia travagliata, che purtroppo non è così rara come si potrebbe sperare, quanto per l’atteggiamento straordinario della committente, Ewa.
La sento per la prima volta al telefono verso la fine del 2021. Chiama da Roma, in affanno per una lunga serie di problemi in cantiere. Il tema, da subito, è la fiducia. O meglio: la sua improvvisa assenza. Il rapporto con l’impresa costruttrice si era incrinato, il cantiere si era complicato e la situazione si era fatta opaca.
Fin dalle prime conversazioni è evidente che Ewa non è una committente passiva. Ha lavorato per molti anni nel ramo dell’editoria, ma ha una curiosità tecnica fuori dal comune. Anche grazie al padre, architetto, e al fratello, che opera nel settore delle costruzioni, si è documentata, ha approfondito, ha scelto consapevolmente materiali e soluzioni, tra cui i prodotti Naturalia-Bau.
Non solo teoria. Ewa ha già avuto esperienze dirette di cantiere. Ha sollevato mattoni, ha messo le mani nella malta, ha respirato polvere vera. Sa cosa significano lavoro fisico, tempi reali, imprevisti concreti. Non è una spettatrice che osserva da lontano. È una di quelle persone che, se serve, si rimboccano le maniche. Mi racconta che si era appena arrampicata sulla pensilina del parcheggio per ridipingerla e impermeabilizzare il drenaggio. Autonomia operativa, diciamo così.
È una committente “scomoda”. Di quelle che io adoro, ma che fanno innervosire chi preferisce interlocutori più remissivi. Si informa, capisce, controbatte, approfondisce. Non ti lascia scappatoie narrative. Non gliela racconti. È di origine polacca e ama ricordare con una certa fierezza di avere anche una quota di sangue tedesco, un ottavo o forse un quarto. Traduzione operativa: precisione, metodo, poca tolleranza per le approssimazioni.
Con la complicità di qualche consiglio azzeccato e di una discreta dose di fortuna, perché fare consulenza su un cantiere al telefono è un esercizio di fiducia reciproca tutt’altro che banale, si instaura lentamente un dialogo solido
La fiducia, appunto.
Costruire una casa non è acquistare un oggetto. È un processo. E se non partecipi, se non capisci cosa sta succedendo, se deleghi tutto senza consapevolezza, il rischio è quello di ritrovarti a vivere in uno spazio che non ti appartiene. Una casa può essere tecnicamente corretta e allo stesso tempo estranea. E lì dentro ci devi abitare per anni, forse per tutta la vita.
Oggi vanno molto di moda le soluzioni “chiavi in mano”. Ma modellate su chi? Su quale storia personale? Una casa dovrebbe essere una biografia costruita, non un prodotto da scaffale. Forse è questo il vero paradosso dell’edilizia contemporanea.
Come è andata a finire?
Con un filo diretto durato un paio d’anni con un’interlocutrice di cui non sapevo nemmeno che faccia avesse. Le colleghe, scherzando, dicevano che sentivo Ewa più di mia moglie. Una consulenza che ha spaziato dall’applicazione dei materiali al gusto personale. “Dove applicheresti il rivestimento in travertino? Tiene sul cappotto Naturawall?”, mi chiedeva. Ne aveva acquistata una vagonata in cava. Il tutto senza che io avessi mai visto la casa dal vero, ma solo qualche dettaglio parziale con la risoluzione pietosa di WhatsApp.
L’ospitalità è sacra
Restava una promessa: conoscerci di persona e vedere la casa finita. Ho colto l’occasione lo scorso settembre, rientrando da una breve vacanza fotografica in Abruzzo.
Ogni città ha un suo odore e una sua luce. È la prima cosa che percepisco scendendo dall’auto, davanti a un cancello metallico imponente, ma non sfarzoso. Una misura di protezione, insieme a un assortimento di sistemi di sorveglianza. “È per i ladri”, mi dirà poi Ewa. Per me, fino a quel momento, erano una presenza astratta, letta sui giornali. Qui diventano una realtà tangibile. Roma è una città che sembra vivere in uno stato di assedio silenzioso.
Ci salutiamo con calore. Ewa è con il marito, Nino. Mi osserva con uno sguardo vivo, attento. Sullo stesso lotto c’è la villa nuova, praticamente una casa passiva, costruita con rigorosi criteri di bioedilizia e risparmio energetico per la figlia e il genero. Un esempio virtuoso di come si possa costruire bene anche in Italia. In tutta l’Italia, non solo in certe province del Nord. Un lascito alle generazioni future. Un atto d’amore, prima ancora che un progetto edilizio.
Poi c’è il villino di Ewa e Nino, dove ci accomodiamo per cena. Sapendo che sono vegetariano, il menu è a base di verdure. Le lasagne meritano una menzione a parte: mondiali, indimenticabili. Ospitalità attenta e autentica. Da loro sgorga un fiume di racconti, come l’avventura rocambolesca di Ewa, che ha sposato Nino prima della caduta del Muro di Berlino ed è riuscita a trasferirsi in Italia in piena epoca URSS.
Mi colpiscono le mille accortezze pensate per farmi sentire a mio agio. Sul letto trovo un set da bagno nuovo, come in certi alberghi. Sul comodino, un blocco note con una matita del Giubileo e una campanella con l’effigie del Vaticano, da suonare per il “servizio in camera”. La mattina dopo, mentre sto per andare via, Ewa mi fa notare che ho dimenticato la matita e la campanella.
Non avevo capito che fossero per me. Faccio per rifiutare. Ma per lei è un gesto naturale, parte di un modo di intendere l’ospitalità come attenzione concreta, quasi rituale. Accetto.
Oggi la campanella è sulla mia scrivania. La matita la uso per disegnare gli schizzi per i clienti. Sono piccoli oggetti, ma raccontano una grande lezione. La fiducia, quando è autentica, non è un atto formale. È un lavoro condiviso. E lascia tracce.
arch. Matteo Bignozzi