Non basta essere naturali

NATURAWALL. Cappotti in fibra di legno e canapa con ETA di sistema.

   

Oggi faccio lo spaccone. E scomodo persino Neil Armstrong:

Un piccolo passo per Naturalia-Bau, un gigantesco balzo per la bioedilizia.

   

Sì, sto esagerando. Ma dopo un percorso del genere concedetemi almeno cinque minuti di assenza di gravità.

Abbiamo ottenuto tre Valutazioni Tecniche Europee per i sistemi a cappotto NATURAWALL: fibra di legno e canapa su muratura e calcestruzzo, fibra di legno su pareti in legno. Tre documenti. A guardarli così, sembrano una cosa semplice. Anche la Luna, vista da qui, sembra abbastanza a portata di mano.

Per una piccola impresa come la nostra, affrontare questo percorso significa impegnare soldi, tempo e persone che nel frattempo devono continuare a fare tutto il resto.

Una missione nella missione.

   

E più ci ripenso, più le somiglianze con un programma spaziale mi sembrano evidenti: calcoli, disegni, decisioni strategiche, prototipi, verifiche. Poi arriva il momento in cui hai finito di ragionare e devi vedere se quello che hai messo sulla carta regge alla prova dei fatti. Il test al fuoco, per dire, ricorda parecchio un rientro in atmosfera.

La serenità è più o meno quella.

   

La prima domanda, però, arriva molto prima del lancio: quanto possiamo spendere?

   

Perché ogni prova costa. E provare ogni combinazione di isolante, supporto, fissaggio e finitura richiederebbe un budget che noi, molto semplicemente, non abbiamo. Bisogna scegliere. Individuare le configurazioni da sottoporre a prova, capire quali applicazioni potranno coprire i risultati, concentrare le risorse dove servono.

Con la ragionevole certezza che il giorno dopo qualcuno chiederà proprio la combinazione rimasta fuori.

   

Un altro isolante, un altro supporto, un’altra finitura. «Ma è quasi uguale.» Quel quasi può contenere un intero programma di prove. Si respira. Si risponde. Si spiega. Anche l’autocontrollo meriterebbe una valutazione europea.

Poi comincia la ricerca della traiettoria tra documenti tecnici, procedure e interpretazioni.

    

Quando lavori con sistemi meno diffusi, trovare la casella giusta richiede pazienza. Devi chiarire come è fatto il prodotto, come viene impiegato, quali metodi di prova sono pertinenti e quali condizioni devono essere considerate. Partono le e-mail. Arrivano le richieste di precisazione. Seguono gli allegati, le integrazioni, i chiarimenti ai chiarimenti. Nel migliore dei casi, dall’altra parte trovi qualcuno che diventa un compagno di esplorazione. Ci ragioni insieme, cerchi una strada, risolvi un problema. Nel peggiore, continui a fissare una casella di posta e ti chiedi come mai Dante non abbia destinato un girone infernale a certi burocrati.

   

Finalmente, si passa ai materiali.

   

Pannelli, sacchi, reti, fissaggi. Parecchia roba da movimentare per costruire i campioni previsti dal programma di prova. Qui le fotografie raccontano meglio di tante parole: le mani al lavoro, gli strati che si aggiungono, i dettagli, i tempi di preparazione. Quello che prima era un disegno diventa una parete. Bisogna seguire i montaggi, confrontarsi con i tecnici, controllare che il sistema venga realizzato come previsto. Una rete nella posizione sbagliata o uno spessore diverso possono cambiare quello che stai sottoponendo a prova.   

Le istruzioni ci sono. Ma bisogna anche leggerle. Una pratica antica, ancora sorprendentemente poco diffusa.

A questo punto siamo sulla rampa di lancio.

   

Prove meccaniche. Acqua. Cicli igrotermici. Verifiche dopo l’invecchiamento. Il cappotto viene sollecitato e osservato. Deve mostrare come lavorano insieme i suoi componenti.

   

Poi arriva il fuoco.

   

E lì puoi aver fatto tutti i ragionamenti del mondo: finché la prova non è conclusa, un certo desiderio di trattenere il respiro rimane. I dati che tornano al centro di controllo sono buoni. Molto buoni. La missione procede. Il rientro riesce.

   

Si stappa?

Magari.

  

Dopo le prove ci sono voluti altri due anni per arrivare alla conclusione dell’iter.

  

Due.

Anni.

   

Scritti su una pagina occupano pochissimo spazio. Vissuti da un’azienda che ha già investito risorse e aspetta di poter usare il risultato del proprio lavoro, ne occupano parecchio. Chiedi aggiornamenti. Aspetti. Solleciti. Aspetti ancora. Nel frattempo devi continuare a fatturare, seguire i cantieri, rispondere ai clienti e mandare avanti la baracca. La contabilità, purtroppo, non contempla la sospensione in orbita. Su certi tempi burocratici avrei molto altro da dire. Per alcune caselle di posta continuo a ritenere opportuno un girone dedicato. Con obbligo di risposta.

   

Quando finalmente arrivano i documenti, tutto questo lavoro finisce riassunto in poche pagine e in quel marchio blu.

   

A proposito: si legge ETA o EOTA? Nel logo c’è scritto EOTA. La O è quel cerchio di stelline: un ultimo piccolo esercizio di decifrazione, per chi fosse arrivato fin qui troppo riposato. EOTA è l’organizzazione europea che coordina il percorso di valutazione. ETA è invece la Valutazione Tecnica Europea, il documento emesso dall’organismo competente: nel nostro caso ZAG. Adesso le sigle sono a posto.

Prima di andare avanti, però, c’è un nome da scrivere per esteso: Matteo Pontara.

   

La stragrande maggioranza di questo lavoro l’ha fatta lui. Ha seguito i passaggi, tenuto insieme le informazioni, affrontato gli intoppi e portato avanti il percorso. Io mi concedo la citazione di Armstrong. Lui si è preso il lavoro necessario per arrivarci. L’applauso va lì.

   

Rimane la domanda più sensata di tutte: a chi deve scegliere un cappotto, che cosa cambia?

   

Perché anche le banane hanno il bollino blu. E quindi?

Quindi, nel nostro caso, dietro ci sono tre risultati concreti.

  

    

  1. Un cappotto valutato come sistema.
       

    Isolante, fissaggi, rasatura armata, fondo e finitura vengono considerati nel loro insieme. Le ETA documentano le prestazioni valutate e le condizioni a cui si riferiscono: comportamento all’acqua, cicli igrotermici, aspetti di resistenza meccanica e altre caratteristiche del kit. Chi ha visto un cappotto fessurato o un rivestimento che si distacca sa quanto contino gli abbinamenti e la posa. Negli anni del Superbonus abbiamo avuto parecchie occasioni per ripassare la lezione. L’ETA mette a disposizione un riferimento tecnico preciso. Poi il sistema va progettato e applicato correttamente.
       

  2. Una risposta al fuoco basata sulle prove.
       

    Tutti e tre i sistemi NATURAWALL raggiungono la classe di reazione al fuoco B-s1,d0, nelle configurazioni previste dalle rispettive ETA. Tradotto: B indica un contributo limitato allo sviluppo dell’incendio; s1 una produzione di fumo contenuta, nella categoria più favorevole prevista per questo parametro; d0 l’assenza di gocce o particelle ardenti nei primi dieci minuti della prova. La classificazione riguarda il cappotto completo, con i componenti e gli spessori indicati. È una prestazione utilizzabile nella progettazione di facciate per nuove costruzioni e riqualificazioni, anche in ambito residenziale e terziario, quando i requisiti dell’intervento ammettono questa classe. Altezza, destinazione d’uso e misure antincendio vanno verificati nel progetto. Per chi liquida legno e canapa con un «ma bruciano», c’è quindi qualche dato in più da leggere. Ne abbiamo già parlato in Al fuoco! Al fuoco!.
       

  3. Un riferimento comune, dal capitolato al cantiere.
       

    Il progettista può individuare il sistema adatto al supporto e specificarne i componenti. L’impresa e il posatore hanno una composizione definita a cui attenersi. La direzione lavori dispone di un documento con cui confrontare quanto previsto e quanto viene realizzato. L’ETA fornisce inoltre la base tecnica per la dichiarazione di prestazione e la marcatura CE del kit. Per noi significa portare i materiali naturali nei progetti con una documentazione che permette di discuterne le prestazioni, verificarne le condizioni d’impiego e assumersi responsabilità precise.

   

Alla fine, la missione arriva qui: alle pareti di casa. Dietro quelle pareti ci sono persone che hanno investito risparmi, acceso un mutuo, immaginato come vivere i prossimi anni. È anche per loro che vale la pena fare tutti questi passaggi.

Ci piacciono la fibra di legno e la canapa. Ci lavoriamo da anni. Averle portate fin qui, attraverso prove e valutazioni indipendenti, è un risultato di cui siamo orgogliosi.

   

Cinque minuti da spaccone, oggi, me li concedo.

Qui è Matteo Bignozzi, dal centro di controllo a terra.

Missione compiuta.
   

Passo e chiudo.

   

Scopri i sistemi NATURAWALL e consulta le relative ETA.