Una casa a Russi [parte 2]
Chiudere il cerchio. La comunità oltre la casa.
Una casa è una faccenda piuttosto affollata. Anche quando ci andranno ad abitare in pochi.
Sabato 10 ottobre 2026 siamo tornati a Russi, a Casa Altea, per festeggiare la fine dei lavori. Un’occasione per parlare ancora di scelte, materiali e costruzione. E per accompagnare quel passaggio in cui si smette di dire «il cantiere» e si comincia a dire «casa nostra».
Nella prima parte avevamo raccontato una scelta controcorrente: una casa in legno massiccio Holzius nella Bassa romagnola, realizzata da Marco Cesari di Soluzione Legno, con isolamento in fibra di legno e soluzioni Naturalia-Bau per la protezione dell’involucro. C’erano l’open day, le spiegazioni tecniche e un tetto piano ventilato che mi aveva dato parecchia soddisfazione.
Questa volta, guardando le persone, mi sono soffermato su un altro risultato del progetto.
Emanuele Goio, che guarda le case anche con gli occhi dell’antropologo, lo ha messo bene a fuoco: attorno alla costruzione si è formata una comunità temporanea di circa cento persone. Artigiani, committenti, progettisti, consulenti, genitori, parenti. Con il coinvolgimento della comunità locale.
Cento persone, lungo il percorso necessario a far nascere una casa. Ognuna con il proprio mestiere, le proprie aspettative, il proprio modo di vedere le cose.
Questa comunità ha funzionato. Bene, anzi benissimo.
Le competenze si sono incontrate dentro un intento comune: fare bene qualcosa che sarebbe entrato nella vita di altre persone. Quattro mura e un tetto costruiti a regola d’arte sono già un risultato importante. Qui, insieme alla casa, sono cresciute fiducia, partecipazione e relazioni.
Marco Cesari ha avuto un ruolo centrale. La sua precisione in cantiere l’avevamo già raccontata. Questa volta vale la pena soffermarsi sulla cura che dedica alle persone per cui costruisce. Un dettaglio eseguito bene comincia anche dall’aver capito a chi servirà. Emanuele, nei messaggi scambiati dopo la festa, ha scritto una frase che merita di restare:
La reciprocità non deve però essere la condizione per prenderci cura dell’altro, ma ciò che permette a quella cura di diventare comunità.
La cura viene prima. Poi, quando trova una risposta, diventa fiducia, complicità, capacità di mettersi nei panni dell’altro. È successo qui, tra persone che hanno condiviso un pezzo di strada e che adesso possono riconoscersi anche nel risultato.
Mi è tornata in mente Anntraud Torggler, l’architetta con cui ho lavorato e che mi ha iniziato alla bioedilizia:
Se sentiamo che un piatto è cucinato con amore, perché non dovremmo sentire anche lo spirito con cui è costruita una casa?
Ecco. Il punto è questo.
Potrei chiudere qui e lasciar parlare le fotografie.
Poi però c’è la terra cruda. E lì faccio sempre un po’ fatica a fermarmi.
Durante la festa ho avuto il piacere di parlarne ancora. Questa volta sono partito proprio da quella parola: piacere.
Il piacere di passare una mano su una superficie. Di guardare un colore nella luce della stanza. Di entrare in un ambiente e avere voglia di restarci. Il piacere di lavorare un materiale e vederlo prendere forma. Anche costruire dovrebbe poter essere piacevole. Persino divertente. Possiamo dirlo senza perdere l’abilitazione professionale. Anntraud usa la parola tedesca lustig: allegro, divertente. È una parola della stessa famiglia di Lust, che comprende la voglia, il desiderio, il piacere, anche quello dei sensi. A me questa parentela suggerisce un modo di guardare al nostro lavoro: metterci gusto. Nel fare e nell’abitare.
Con la terra cruda questo rapporto è particolarmente diretto. Ci metti le mani, la lavori, la tocchi anche dopo che il lavoro è finito. La superficie resta lì, dentro la vita quotidiana.
È qualcosa che sentiamo a pelle.
Per l’umidità dell’aria e i VOC abbiamo strumenti di misura. Per quella sensazione che ti fa abbassare le spalle appena entri in casa devo ancora trovare l’apparecchio adatto. Negli anni, frequentando case ecologiche realizzate con materiali naturali, mi è capitato più volte di vedere le famiglie allargarsi. Anche parecchio. A forza di incontrare bambini, uno comincia a farsi delle idee. La mia è un’osservazione personale, con tutti i limiti del caso. Il contributo della parete in argilla alla demografia resta da dimostrare. Mi piace però pensare al nido: un luogo in cui ci sentiamo accolti, recuperiamo energie e troviamo spazio per i nostri desideri. Una casa che ci aiuta a tornare nel mondo con un po’ più di slancio. Qualunque forma decida di prendere la nostra vita.
E poi c’è l’altra comunità, quella che sta prendendo forma tra professionisti con competenze differenti e una voglia comune di fare bene. La stessa che abbiamo incontrato al Macrolibrarsi Fest, e di cui abbiamo parlato in «Il permesso di cercare un’alternativa»: Emanuele Goio, Marco Cesari, Giovanni Del Medico, Claudio Carloni. Persone che si ritrovano attorno a materiali, progetti e idee e scoprono di voler continuare a lavorare insieme.
L’idea di fondo è piuttosto semplice: contribuire a un mondo in cui si possa vivere meglio. Ognuno facendo bene la propria parte, con la disponibilità a capire quella degli altri. A Russi questo modo di lavorare ha preso forma in una casa. E ha lasciato relazioni che potranno accompagnare altri progetti.
Grazie Elena, Luciana e Paolo per averci accolto e per aver condiviso con noi questo passaggio. Il cantiere è finito. Adesso viene la parte per cui abbiamo fatto tutto questo: abitarci.
Arch. Matteo Bignozzi